Cenni biografici dell’autore: Giacomo Saviozzi è nato a Lucca, vive e lavora alle porte della Maremma.
Grafico Pubblicitario fino al 2005 ha tenuto corsi di formazione di grafica per la Provincia di Pisa nel Carcere di Volterra dal 2002 al 2004.
Volontario per il Carcere nel GVC di Lucca dal 1994.
Nel 2005 ha pubblicato per la casa editrice Non Solo Stampa di Pisa il libro fotografico Scendo cambio il mondo e torno, un reportage fotografico in tempo di pace sui movimenti pacifisti da Firenze a Roma con prefazione del giornalista Alfio Nicora.
Ha pubblicato a marzo 2008 il libro fotografico “L’interruttore del buio” reportage fotografico a trent’anni dalla legge 18° detta Basaglia. Con testi di Paolo Crepet, Silvano Agosti, Cinzia Busi Thompson, Gisella Trincas, Andrea Tagliasacchi. Psicoradio, edito da Morgana Edizioni Firenze.
A maggio 2008 con 15 scatti illustra il primo numero della seconda serie della la rivista nazionale “Antipodi” della Federazione Comunisti Anarchici sul tema della sicurezza con interventi di Saverio Craparo, Giuseppe Panella, Adel Jabbar, Andrea bellocci, Francesco Cisarri, Giovanni Cimbalo.
Maggio 2008 finalista del concorso nazionale “Fuori dove?” del Comune e Provincia di Milano con presidente della giuria il fotografo Gianni Berengo Gardin.
Attualmente collabora con la regista e produttrice statunitense Susan Steimberg.
Per contatti e prenotazioni e possibile chiamare o mandare un e-mail direttamente all’autore Giacomo Saviozzi: giacomosaviozzi@libero.it
La fotografia impone un contatto con l'uomo e il mio “raccontare” questo contatto lo impone; allora la macchina non è soltanto un oggetto ma un orecchio per ascoltare la musica del mondo. Penso che il compito di un fotografo sia quello di vedere ciò che gli altri non vedono, o perché hanno gli occhi stanchi dal troppo guardare oppure chiusi per la paura di vedere. Nei miei progetti cerco di raccontare storie semplici, quelle che sembrano “invisibili”. Ho dedicato due anni alla fotografia e alla ricerca per documentare questo nuovo libro L'interruttore del buio. Ho cercato non soltanto di scoprire le forme o le architetture dei luoghi degli ex manicomi, ma di rivelarne soprattutto i rumori, le sensazioni, la paura, l'angoscia…
Il titolo L'interruttore del buio è nato dall'idea che l'istituzione totalizzante del manicomio ha annullato e spento, un po' come un interruttore, migliaia di persone. La logorante e involutiva vita del manicomio, con i suoi ritmi sempre uguali, anonimi, amorfi e ritualizzati è stata fino al 1978 anno dell'approvazione della Legge 180 detta Basaglia - una sorta di lager dove il malato mentale veniva confinato lontano da tutti. Gli veniva tolta ogni forma di dignità, di contatto umano. I rapporti con l'esterno non erano più possibili; grate, sbarre, reti, dividevano il “normale” dal matto. A distanza di trent'anni, quelle strutture ormai fatiscenti trasudano ancora lacrime e urla strazianti, placate dalle inumane terapie elettriche. Tra mura screpolate, finestre in frantumi, resti di passato, di vite, ho intrapreso un viaggio fotografico alla riscoperta di una verità molto spesso taciuta, una verità che la mia generazione non ha vissuto e quindi non conosce.
Tra le pagine del graffito di Oreste Nannetti, a Volterra, tra le porte blindate dell'O.p.g. di Reggio Emilia, attraversando le pagine delle Libere donne di Magliano del Prof. Tobino a Maggiano vicino a Lucca, oppure tra gli scorci di mare a Pratozanino, è nato questo reportage che inizia con le foto degli uomini, o meglio, di ciò che l'istituzione ha lasciato degli uomini: foto tessere, cartelle cliniche, dove si leggono le motivazioni di una reclusione spesso assurda. Leggere: nessuna cura - eccitamento maniaco - epilessia - serenase morte per decubito. Leggere i nomi, le classificazioni, vedere che piano piano anche l'uomo si spegne con “l'interruttore”. Al suo posto, luoghi dove la luce a distanza di anni ancora si affaccia timidamente dai finestroni chiusi. Il reportage si snoda tra il buio delle camerate, i letti in fila, le celle degli ex ospedali psichiatrici di Volterra e di Reggio Emilia, tra le immagini sacre, dissacrate dal tempo, abbandonate. Sfogliando il libro si arriva, in un crescendo di sensazioni dolorose e di abbandono, al “cimitero dei matti”: croci divelte, erba alta, pochi nomi, come se stessero lì a testimoniare che anche nella morte si è consumato l'abbandono. Nell'ultima immagine, una croce e un fiore di campo tentano di ridare dignità almeno alla loro morte
Tratto dall’intervista pubblicata sul numero di dicembre della Rivista FOTOIT organo della FIAF
Bologna 7 Novembre ore 14,30 Congresso nazionale Unasam Presentazione del libro: L'interruttore del buio di Giacomo Saviozzi Aula Prodi P.zza San Giovanni in Monte 2
Email: giacomosaviozzi@libero.it
La mia passione per la fotografia nasce da ragazzino, intorno ai 15 anni,
quando mio padre - pittore -, capito che con I pennelli non riuscivo a esprimere
la mia creatività, mi regalò la mia prima macchina fotografica.
Da allora ho incominciato a osservare il mondo attraverso l'oculare.
Per me la fotografia è l'unico modo per guardare
il mondo lentamente.
Attraverso i miei obbiettivi fermo il tempo, e osservo lo scorrere delle emozioni.
Un giorno, entrando in un ex manicomio, ho sentito il dolore,
come se le urla dei malati echeggiassero ancora
tra gli stanzoni fatiscenti.
Ho cominciato ad ascoltare quelle urla, a raccontarle con la mia macchina fotografica.
Pian piano che fotografavo le ho sentite più forti, ho palpato la sofferenza.
Da questo cammino è nato il progetto di documentare ciò che della "follia" è rimasto, raccontare i luoghi, i dolori, le sensazioni che incontravo.
La mia compagna, la macchina fotografica, mi ha aiutato a riflettere
su cosa rappresentino quei luoghi e a capire come la follia sia ancora emarginazione.